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Memoria verde (pagine preziose)

Qui troveranno posto osservazioni, pensieri, appunti e ricette che riguardano la nostra attività e, a volte,la documentazione delle esperienze dei laboratori naturali. Le composte si fanno con tutti i frutti, con le erbe…e anche con i fiori (nelle immagini in sequenza. Ortica e mela, rabarbaro e infine barattoli di composta di castagne).

 

  Composta di rosa canina

Le composte, diversamente dalle marmellate, sono fatte con una percentuale alta di frutta rispetto allo zucchero (naturale, di canna).
Diciamo con più del 60%. Per noi e per molti altri l'80% è frutta; non solo all'inizio della preparazione, ma in quello che si trova nel vasetto.

Nella nostra preparazione si raccolgono le bacche di rosa canina e si asportano con un coltellino il peduncolo e la parte nera. Si fa cuocere a lungo tutto il frutto, coperto di acqua,  in una padella capiente fino a che non si ammorbidisce. Poi si frulla  e con un setaccio, mano a mano, si filtrano il liquido e la parte densa della polpa,  che vengono  fatti ancora sobbollire  brevemente con una piccola quantità di zucchero. A piacere, verso la fine, si può aggiungere un po' di succo di limone o di lime.
Con questo metodo si può utilizzare la bacca quando è ancora dura   evitando la sofferenza di "pelare" i singoli cinorrodi, per conservare  solo le bucce e la polpa.
Ottima, al posto della rosa canina, o insieme, la bacca più grande di rosa gallica. Il risultato è sicuramente una buona crema di frutta.                                                                                                                      

Mentre si pensa alla composta, che potrà essere consumata nell’inverno e fino a primavera inoltrata, possiamo utilizzare qualche bacca diversamente: recuperarne la buccia e farla essiccare per preparare sul momento infusi, tisane o unirla ad altri ingredienti per un buon tè.

Composta di petali di rosa rugosa (viola o bianca)

La rugosa ha bellissime varietà, che presentano a loro volta bacche decorative molto interessanti.
Ma noi della rugosa, preferibilmente quella  che va dal rosa al viola, utilizziamo i petali, raccolti interi e sani, asportandone solo la parte bianca, che, come si sa, può risultare leggermente amarognola.

Li facciamo cuocere brevemente in acqua, aggiungendo   qualche fetta di mela.
Frulliamo il tutto e, di nuovo, in un ultimo passaggio sul fuoco, aggiungiamo lo zucchero mescolando bene con un cucchiaio dlegno.

La riponiamo poi in vasetti, pronta a diventare una composta un po’ più impegnativa ma interessante, o a   finire su qualche crostata.

 

Possiamo non parlare ai fiori…ma anche i fiori, come gli alberi, ci parlano.

Si leggono le foglie, si sfogliano le pagine...

Cosa ha da dirci una foglia?...Si potrebbe capire un fiore, Attraverso il suo colore, il suo profumo...se ci arriva in regalo o nel gesto di coglierlo.

Eppure le pagine... che scriviamo, che leggiamo... sono così importanti che...: si sfogliano.

Guardare le foglie mentre stanno spuntano, attaccate ai rami, quando cadono, o cadute, come si trovano, dove sono...guardare a volte sotto le foglie.

Anche un filo d’erba, che si confonde in un prato, può essere interessante. E’ unico anche lui.

Abbiamo cose sicuramente più importanti di cui occuparci!... forse.

Ma l’attenzione, se è vera, è comprensione...è tutto.

E in ogni singola cosa, in ogni istante, possiamo trovare il tutto e l’infinito.

Queste pagine, che si scriveranno ogni tanto, che forse si leggeranno, sono piene di parole come fili d’erba, sono foglie che da sole non contano. Anche se forse è ognuna di loro, proprio una di loro che, di colpo, attrae la nostra attenzione.

E probabilmente ci aiuta a comprendere.

Qui eravamo ( e c’eravamo) in autunno.

Non far niente è il miglior metodo agricolo?        

Trovo molto interessante la proposta dell’agricoltura biodinamica e penso che, se si   diventare coltivatori a livello professionale, sarebbe veramente la strada da seguire. Qualche resistenza è possibile e qualche dubbio legittimo poiché la concezione di organismo agricolo, intuitivamente comprensibile, è interna tuttavia a una visione del mondo e della vita che diviene fede. L’impegno di conoscenze richiesto e di applicazione delle medesime non è peraltro semplice, almeno ai neofiti, e costituisce una sfida superiore e ulteriore a chi pratica ad esempio l’agricoltura biologica. La convinzione di essere custodi della terra anziché proprietari , di non togliere ad essa fertilità, ma anzi di favorirla e di rinnovarla dove è andata perduta è certamente comune a quanti non sono lusingati dalla chimica e dalle sue promesse, da un’idea di monoculture e di agricoltura intensiva.

Per chi ha un piccolo orto e frutteto, e non voglia immergersi in pensa teosofia, l’esperienza biodinamica, anche senza essere abbracciata come dovrebbe io come vorrebbe, offre tuttavia preziosi spunti e suggerimenti. Tener conto del calendario biodinamico e di alcune sagge indicazioni sul terreno, sull’esposizione e sui lavori non è davvero impossibile e assicura una buona probabilità di successo nel proprio operare.

Anche senza disporre di cornoletame e cornosilice alcuni altri preparati non sono difficili da realizzare e sicuramente possono svolgere un’azione benefica se non salvifica, ad esempio quello di ortica, di equiseto o di valeriana e realizzando il compost vale la pena ascoltare ciò che i biodinamici ci dicono in proposito.

Ciò che mi ha sempre affascinato, comunque, data forse anche la mia minor dimestichezza con gli astri e i pianeti, è una visione dell‘orto, del giardino e del bosco come organismo unico, realtà distinte ma in parte compenetrantesi fra loro e la suggestione di luoghi in cui non si lavori molto, ma perlopiù si osservi, lasciando fare soprattutto alla natura.
Concezione un po’ ingenua e che rischia di non portare troppi ortaggi o frutti sulla tavola, salvo quelli che più facilmente crescono da soli o trovano il luogo idoneo in cui manifestarsi. Il rischio sarebbe quello di contentarsi di daikon e mele. Poiché si tratta in fondo di un esperimento, e non ne dobbiamo necessariamente vivere, il rischio, almeno in parte, si può correre.

Peraltro, a qualche anno di distanza, rileggendo le parole di M.Fukuoka, o guardando suoi brevi filmati, che ora sono disponibili, la sua convinzione un po’ provocatoria (“ non far niente è il miglior metodo agricolo”) mantiene, almeno per me, tutto il suo fascino e la sua suggestione. Che bellezza quelle palline d’argilla contenenti semi vari lanciate qui e là, nei prati, fra le piante!...

 

Frassino, gennaio 2015                                         Piero

 

 


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